Età del Bronzo


 

I materiali dell'età del Bronzo custoditi presso l'Antiquarium provengono dai siti:

- Motte di Castello di Codego - San Martino di Lupari (scoperta del sito GSACC, 1979);

- Motta Fiorina (scoperta GSACC, 1982);

- insediamento nei pressi delle Motte Castelminio (scoperta GSACC, 1983), oltre che da un sito ai margini esterni del territorio sopra definito, tra Cavasagra e Torreselle presso le sorgenti del Sile.

 

Le Motte di Castello di Godego - S. Martino di Lupari

 

Le Motte sono situate sul confine tra i comuni di Castello di Godego (Treviso) e San Martino di Lupari (Padova) in prossimità della strada statale che congiunge Cittadella a Castelfranco Veneto. Foto aerea delle Motte di Castello di Godego - S. Martino di lupari

Il sito archeologico è ubicato in corrispondenza di un aggere di forma quadrangolare con assi interni lunghi 230-206 metri, alto in media 4 metri e con sezione approssimativamente trapezoidale. L'area interna è lievemente sopraelevata rispetto al livello campagna.

Il Iato sud-orientale è stato quasi completamente spianato nel dopoguerra per ricavarne inerti.

Nel 1900, all'epoca del rilievo pianimetrico del geologo A. Tellini, il manufatto era ancora essenzialmente completo. Dal disegno è possibile rilevare la presenza, ancora oggi riscontrabile, di tre aperture degli argini. del terrapieno. Si può notare inoltre la peculiare struttura del lato sud-orientale, in parte composto da tre rialzi tumuliformi ai Iati dell'apertura a S-E, allineati con la direzione dell'argine, quasi a formare una porta.

All'interno del vertice orientale appare un rialzo a forma di tumulo, oggi in parte spianato.

Da notizie raccolte in loco sembra che il pugnaletto MOO Pugnale a lingua da presa tipo Peschiera del Bronzo Recente MOO provenga da tale area e sia stato ritrovato durante lo spianamento. È visibile inoltre una fascia interna di terra sopraelevata adiacente ai tre Iati S-0, N-O, N-E.

Tale fascia, lievemente inclinata verso il centro dell'area arginata, va gradualmente assottigliandosi nel senso anti-orario ed è attualmente in parte gradonata. E' presente anche una striscia esterna agli argini lievemente più bassa del piano campagna che abbraccia tutto il lato 5-0 e buona parte dei Iati N-O e S-E. ln tale fascia si osserva l'emersione di materiali ghiaiosi. Probabilmente il terrapieno è stato edificato con materiali presi in parte da questa zona, che forse è stata oggetto di riscavo in epoca romana e tardo antica. Appare inoltre connessa all'aggere una strada rettilinea orientata in direzione N-O che partendo perpendicolarmente al Iato nord-occidentale del terrapieno prosegue, sia pure con varie interruzioni, nella campagna per circa due chilometri.

Attualmente l'intera area interna e quella esterna prossima al terrapieno sono adibite a coltura cerealicola. Sull'argine cresce una vegetazione spontanea in cui compaiono acacie, aceri e roveri.

L'interessante microtoponimo Orto delle Streghe caratterizza una zona a ovest dell'aggere. Esso rientra nell'associazione diffusa tra toponimi e leggende connesse a streghe, diavoli, tesori sepolti e strutture protostoriche, di cui troveremo altri esempi anche in seguito.

Storicamente la prima menzione delle Motte appare nelle note del Regio Ispettore ai Monumenti di Castelfranco Veneto, M. Rizzi, che nel 1879 misura il terrapieno e lo attribuisce ad un castrum (accampamento romano): «l'accampamento poi o vallo [...] presenta una figura irregolare ma che si approssima molto al quadrato, e attivatasi colla pertica metrica una misurazione si trovò che la sua dimensione da levante a ponente è di m. 232 e da mezzogiorno a settentrione di m. 240, talché nel suo complesso senza l'arginatura il vallo suddetto comprenderebbe un'ampiezza di mq. 55680».

Nel 1933 A. De Bon nella sua opera Colonizzazione romana dal Brenta al Piave ne riparla nuovamente e per primo osserva che «il suo orientamento dimostra una disposizione diversa dalle linee ortogonali della colonia», ove per colonia è da intendersi centuriazione, e le identifica come una «stazjone di truppe ausiliare barbare dei bassi tempi dell'impero [romano]».

Nel 1943, L. Quarina nella sua analisi dei Castellieri del Friuli nomina le Motte e sulla base del disegno del Tellini confrontandole con gli esempi di Castellieri di pianura friulani in terra, ne suggerisce una datazione protostorica. Successivamente vari autori attribuiscono il terrapieno a epoca protostorica o romana o barbarica (Bradford, Fasoli, Bordignon Favero, Comacchio). In particolare L. Berti e C. Boccazzi nel 1953 segnalano il ritrovamento «alla base dell'argine di un gran numero di cocci di rozzo impasto appartenenti probabilmente all'età del Ferro».

Nel 1979 il GSACC effettua un recupero di superficie di un consistente insieme di reperti dell'età del Bronzo Medio Recente in un'area esterna al Motte terrapieno, in vicinanza dell'angolo di N-E, che per la prima volta consente di suggerire una datazione precisa dell'aggere. La raccolta da parte del GSACC è continuata anche negli anni immediatamente successivi interessando una vasta area attorno al terrapieno, con raccolta anche di materiali di epoca romana.

Il primo nucleo di reperti è stato studiato da C. Valery e P.A. Marchetti e presentato nella pubblicazione: Un abitato dell'età del Bronzo presso le Motte di Castello di Godego (1979) dove si evidenzia l'influsso subapenninico e si analizza il pugnaletto Peschiera.

Nella stessa pubblicazione gli autori propongono per l'aggere una datazione al Bronzo Medio Recente e avanzano anche l'ipotesi di una motivazione cultuale solare-funeraria per la costruzione del complesso, che alla luce dei successivi scavi stratigrafici, viene rianalizzata nel capitolo Un'ipotesi cultuale astronomica per le Motte.

Negli anni 1984-86 la Soprintendenza Archeologica per il Veneto, ha eseguito una serie di scavi diretti da E. Bianchin-Citton. Alcuni saggi di scavo hanno interessato l'area interna e uno scavo più esteso ha coinvolto una limitata porzione della parte centrale del versante interno dell'aggere e di una zona interna di abitato ad esso çontigua nel comune di San Martino di Lupari. I risultati sono stati pubblicati nella sezione archeologica della pubblicazione Il villaggio arginato de Le Matte di sotto-San Martino di Lupari e in un contributo nei Quaderni di Archeologia del Veneto, a cura di Bianchin-Citton. Questi scavi hanno permesso di ottenere una ricostruzione della struttura e delle modalità di erezione dell'aggere e di tracciare una storia di vita dell'abitato ad esso connesso, confermando l'arco di vita proposto dagli autori della presente, guida, estendendone il limite inferiore alla prima età del Ferro e altresì. confermando, precisandola, la datazione proposta di erezione dell'aggere.

Il quadro che emerge dagli scavi stratigrafici, integrato con la raccolta di superfici del GSACC, è il seguente: la prima frequentazione del sito si può far risalire a un momento avanzato del Bronzo Medio o inizio del Bronzo Recente (fine XIV - inizio XIII sec. a.c.) ad opera di un gruppo di cultura terramaricola. Nel corso del XIII secolo compaiono influssi subappenninici in un abitato ancora privo di aggere. Quest'ultimo viene eretto nel X!I secolo e per le sue dimensioni dovette richiedere un notevole impegno comunitario da parte di uno o più nuclei di popolazione, forse anche di insediamenti vicini.

Dopo l'erezione del terrapieno, l'abitato sembra svilupparsi principalmente al suo interno. L'aggere presenta fenomeni di degrado già nella seconda metà del XII secolo; un primo intervento di manutenzione viene attuato nel Bronzo Finale e un successivo nella prima età del Ferro, durante la quale viene anche attuata la gradonatura del versante interno.

Il nuovo insediamento che persiste fino alla prima età del Ferro (fine IX - inizio VIII sec. a.c.) sembra abbia occupato solo l'area interna meglio conservata del sito.

 

Un'ipotesi cultuale - astronomica per le Motte

 

AI contrario di molti altri terrapieni presenti nella pianura veneta, le Motte di Castello di Godego - S. Martino di Lupari paiono esibire una marcata orientazione: essa è espressa sia dalle direzioni parallele dei lati del terrapieno lungo la direttrice NO-SE, sia dalla strada che si diparte dal terrapieno con la medesima orientazione per circa due chilometri e che, se prolungata nel disegno del Tellini all'interno del terrapieno attraverso il peculiare varco a nord-ovest incontra la porta segnalata da rialzi tumuliformi, posta a sud-est. E' da osservare a questo proposito che anche nel basso-veronese è stata di recente proposta l'identificazione di strade dell'età del Bronzo connesse ad alcuni aggeri di siti del primo rango, rilevate come segni nel terreno tramite osservazioni da satellite. La direzione individuata è approssimativamente quella che collega la posizione del sorgere del sole a sud-est nel solstizio d'inverno (21 dicembre) e del tramonto del sole a nord-ovest nel solstizio d'estate (21 giugno).

Questa osservazione è stata formulata indipendentemente nel 1979 da G. Romano, essenzialmente sulla base della direzione dei lati del terrapieno, e dagli autori del presente studio, principalmente sulla base della direzione della strada. Chi anche oggigiorno percorre la strada intorno al 21 dicembre in direzione delle Motte vede sorgere il sole lungo la strada in asse con il terrapieno ad essa. Le traiettorie apparenti del sole nel cielo

Si può verificare che, tenendo conto dell'età del terrapieno, la coincidenza con l'asse solstizlale migliora in particolare per la strada. Infatti la posizione apparente sull'orizzonte del sorgere o tramontare del sole ha un lento spostamento nei secoli dovuto alla variazione dell'obliquità della traiettoria apparente annua del sole rispetto alle stelle (eclittica).

L'angolo formato dalla posizione di un punto sull'orizzonte (astronomico) con il Nord, contato in senso orario, cioè muovendo da nord verso est, è detto azimut. L'azimut della posizione del sole al sorgere o al tramonto nei solstizi varia al variare dell'obliquità dell'eclittica e della latitudine. In particolare l'azimut del centro del sole quando sorge nella località delle Motte nel solstizio d'inverno è attualmente 124°.8. Se si riporta l'asse solstiziale al 1200 a.C., che come abbiamo visto è l'epoca, ricavata dallo scavo stratigrafico, di erezione dell'aggere, otteniamo un azimut di 125°.4, corrispondente a una deviazione con l'asse delle Motte di circa 1/2° e 1° per le direzioni dei Iati dei terrapieni paralleli alla strada (azimut 125° e 124°), quello più vicino alla strada essendo il più preciso, e di circa 1°.5 per la direzione definita dalla strada (azimut 127°), con un'indeterminazione dell'ordine di 1°.

Per avere un'idea della bontà di questa approssimazione, si può ricordare che in quello che è probabilmente il più famoso esempio preistorico di direzione solstiziale, quello di Stonehenge in Inghilterra, la precisione della direzionalità solstiziale (NE-SO) nella più antica costruzione (Stonehenge I, circa 2800 a.C.) sembra essere dell'ordine di 1°. Tuttavia intorno al 2000 a.C. nella seconda costruzione più tarda (Stonehenge II) la precisione è venti volte migliore.

Dopo questa osservazione in comune dell'orientamento solstiziale, le indagini di Romano e degli autori si sono rivolte verso indagine differenti. Romano ha proposto la presenza di ulteriori direzioni astronomiche basate su tutti i lati, individuando, con un'indeterminazione tuttavia peggiore, anche l'altro asse solstiziale e l'asse equinoziale.

Sulla base di tali dati egli ha proposto un'utilizzazione del terrapieno anche per osservazioni solari, importanti in una società agricola per stabilire date precise (solstizi ed equinozi) che identificano i cicli annuali delle coltivazioni.

Gli autori hanno invece cercato di verificare la plausibilità storico-culturale della direzionalità.

A favore essi hanno proposto un'interpretazione in senso solstiziale della direzione degli scheletri della necropoli del Bronzo Recente di Franzine di Villabartolomea (Verona), dello stesso periodo e ambito culturale delle Motte.

Una decisa conferma della direzionalità delle sepolture viene dalla distribuzione angolare degli orientamenti degli scheletri che è ben descritta da una curva detta gaussiana con il massimo lungo la direzione solstiziale NO-SE (con un'approssimazione di 5°). Questa forma di distribuzione è infatti quella che si verifica, se fissata una direzione, intervengano solo degli errori casuali nell'orientamento delle singole sepolture.

È da notare anche che in modo più approssimato la direzione NO-SE collega la necropoli di Franzine all'abitato di cui essa è il cimìtero (Fabbrica dei Soci).

Una direzione solstiziale d'altronde, non è incongruente nell'ambito della religiosità dell'età del Bronzo. È noto che in tale epoca esistevano culti solari, testimoniati dal ritrovamento di raffigurazioni del sole in forma dì dischi aurei anche nell'area delle Terramare. Più genericamente, citando Puglisi: «l'osservazione della periodicità connessa col sole e con la luna, e specialmente l'influenza dei cicli stagionali sulla fertilità della terra, la pluviosità, la vita delle piante, taluni intimi nessi tra ciclo lunare e fisiologia femminile, dovettero ben presto, soprattutto nella cerchia delle civiltà agricole preistoriche, dar luogo a manifestazioni in cui appare una definita simbologia astrale in età del Bronzo e del Ferro».

Nell'ambito della storia delle religioni si riscontra associato all'asse solstlzlale NO-SE un aspetto funerano, perché diretto verso il sorgere del sole nel solstizio d'inverno, la stagione dei morti.

Questa considerazione unita al riscontro della stessa direzionalità in una necropoli contemporanea e all'osservazione che la linea solstiziale della strada finisce in prossimità di un tumulo riscontrabile all'interno di un terrapieno nel disegno del Tellini, avevano suggerito una connessione della direzionalità ad aspetti cultuali funerari.

La atipicità della direzionalità solstiziale delle Motte nel panorama degli aggeri della pianura veneta (Romano individua una direzione solstiziale in un altro aggere a Veronella VR) non sarebbe un fenomeno nuovo. Nel contesto degli innumerevoli castellieri del Trentino Alto Adige solo due sembrano mostrare spiccate caratteristiche direzionali; in particolare Col joben (Bolzano) presenta un corridoio megalitico con un angolo orientato anch'esso (nel primo tratto) verso il sorgere del sole nel solstizio d'inverno.

In conclusione, tenendo conto della indubitabile natura di villaggio arginato delle Motte dimostrata dallo scavo stratigrafico, non appare improponibile anche a tutt'oggi un'orientazione solstiziale a carattere cultuale dell'aggere. È evidente, tuttavia, che solo un'analisi sistematica connessa a uno scavo stratigrafico può sperare di chiarire la fondatezza di tale ipotesi.

 

Testo tratto da Uno sguardo alla protostoria e alla storia antica della Castellana di Pieralberto Marchetti e Carlo Valery